Esiste un punto esatto in cui il rigore della disciplina accademica si fonde con l’istinto primordiale della strada: è lì che risiede la cifra artistica di Marcello D’Ippolito. Pianista dal virtuosismo impressionante, quasi ai limiti del credibile, D’Ippolito ha costruito una carriera che sfida le etichette, prestando una tecnica funambolica non all’esibizione fine a se stessa, ma a un atto poetico profondo e necessario.

Il suo percorso non segue i binari scontati della pedagogia tradizionale. Se da un lato ci sono gli studi accademici — culminati nel diploma in Pianoforte Classico/Jazz  attraversando un corso in Beni Culturali Musicali — dall’altro c’è una “gavetta” vissuta in una dimensione quasi onirica. Cresciuto in una casa dove la musica era l’ossigeno quotidiano, Marcello si è formato tra gli stanzini ricolmi di Mini Moog, organi Hammond e i primi computer musicali, giocattoli tecnologici di un padre chitarrista che lo ha educato alla curiosità prima ancora che alla nota.

È in questo ecosistema che il giovane D’Ippolito impara a “sentire” lo strumento: su un vecchio pianoforte tedesco dal suono squillante e orgogliosamente scordato, comincia a modellare quella capacità di trasformare il linguaggio musicale in materia fluida, come fosse “vetro a fuoco” pronto per essere soffiato.

La sua è una storia di contrasti armonici. È passato con disinvoltura dal ruolo di Maestro concertatore per un’orchestra ungherese sotto il tendone del Circo Orfei — un’esperienza di “strada” d’altri tempi — alla ribalta di Umbria Jazz, fino a calcare i palchi dei più prestigiosi festival europei. Questa capacità di parlare linguaggi diversi lo ha portato, nel 1996, a comporre il suo primo ragtime, il Bubu Rag, dando inizio a una ricerca quarantennale che lo vede oggi tra i massimi interpreti e innovatori del genere.

Con la fondazione della Ragtime Bubu Band nel 2000, D’Ippolito ha compiuto un’operazione culturale audace: portare lo swing e il ragtime nel cuore del Salento, rompendo la reticenza della tradizione locale per trasformare una musica colta in un linguaggio popolare e vibrante. Il suo disco del 2010, dal titolo emblematico “Non suoniamo per bisogno… perché di bisogno ne abbiamo già tanto”, racchiude l’essenza della sua missione: la musica come atto d’amore, come rifugio e come sfida.

“Il virtuosismo di D’Ippolito non è un esercizio di stile, ma un omaggio alla bellezza che travalica i generi.”

Oggi, il suo repertorio di piano solo è un viaggio vertiginoso che unisce l’eredità di Jelly Roll Morton e Scott Joplin alla genialità di Renato Carosone, fino a giungere alle proprie composizioni originali. Marcello D’Ippolito non si limita a eseguire il Ragtime; lo proietta nel futuro, offrendo all’ascoltatore un’esperienza rara: uno stupore che nasce dalla tecnica, ma che si ferma dritto al cuore.