MY FIRST 40 YEARS OF RAGTIME

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MARCLLO D’IPPOLITO IN PIANO SOLO

MY FIRST 40 YEARS OF RAGTIME


Produzione: Marcello D’Ippolito, RAGTIME SWING & DINTORNI ETS
Etichetta: GLISSATO edizioni musicali
Studio: Ragtime Swing & Dintorni Studio (Calimera – LE)
ANNO DI PUBBLICAZIONE 2020

“Il Ragtime non è solo suoni, ma una chiave per aprire l’anima, una carezza che sfiora l’ascoltatore e lo fa sentire connesso a qualcosa di più grande.” — 

Note di un’Anima in Isolamento

Questo disco non è solo musica: è una viscerale dichiarazione d’amore. È il battito accelerato di uno stile che ha camminato al mio fianco, fedele come un’ombra e potente come un respiro, per i miei primi quarant’anni di vita.

È figlio del silenzio assordante del 2020. Mentre il mondo fuori si fermava, congelato tra marzo e aprile, io scavavo dentro me stesso. In quell’isolamento forzato, lontano dal rumore bianco della “vita commerciale” e dalla frenesia che ci anestetizza, ho ritrovato il contatto con la carne viva della musica. Per noi musicisti, immersi nel mestiere, il piacere puro del suono non è mai scontato; in quei giorni, invece, è tornato a essere ossigeno.

Ogni brano è un frammento di pelle, un nervo scoperto legato a un istante preciso della mia crescita umana e artistica. Sono cicatrici e carezze che hanno dato forma a chi sono oggi, e di alcune di esse voglio svelarvi il segreto, l’episodio esatto in cui sono nate.

Voglio offrire questo lavoro, con tutto il cuore che contiene:

  • Alla mia famiglia, porto sicuro in ogni tempesta.
  • Ai miei amici suonatori di una vita: compagni di mille palchi che, in un certo senso, ho “tradito” per compiere questo viaggio solitario e necessario.
  • A un’amica carissima, che ora abita altrove, ma che continua a vibrare tra queste note.

Infine, un ringraziamento immenso a Donatello Palermo, che ha saputo dare forma visibile ai miei sogni e ai miei tormenti, curando ogni disegno e ogni tratto grafico di questo progetto.

Era il 1994. Avevo quattordici anni e il sangue già ribolliva di un’irrequietezza che non sapevo nominare. Un compagno di scuola teneva tra le mani lo spartito di The Entertainer. Fu un colpo di fulmine, o forse un agguato. Gli strappai quelle carte dalle mani e quella notte non dormii: lo divorai, lo feci mio, lo vomitai sulla tastiera tutto d’un fiato, in un’ossessione febbrile durata fino all’alba.

Non lo sapevo, ma ero stato infettato. Quel ritmo sincopato mi era entrato in circolo come un veleno dolcissimo.

Mio padre assecondò quel delirio ordinando dall’America volumi che per me erano reliquie: l’opera omnia di Scott Joplin e un’enciclopedia monumentale che racchiudeva l’anima stessa del Ragtime. Li custodisco ancora oggi, non come libri, ma come frammenti di pelle.

Da quel momento, la mia vita si sdoppiò:

  • Di giorno, il rigore annoiato dei compiti accademici, la maschera dello studente diligente.
  • Di notte, il rito. Infilavo le cuffie, accendevo il vecchio Clavinova e le pareti della mia stanzetta sparivano.

In quel silenzio elettrico, tra il sudore e i tasti, trasformavo il mio rifugio in un saloon pericoloso e fumoso, dove il ticchettio dell’orologio non batteva regolare ma sincopato in two step. Fu in quella trance che nacque la mia prima creatura. Era un Ragtime acerbo, nudo, “lineare” come vuole lo stile primordiale, ma pulsava di una verità assoluta.

È la prova che quel contagio di trent’anni fa non è mai guarito. E meno male.

Se il Ragtime è stato il contagio, Renato Carosone è stato la cura, la rivoluzione, il manifesto della mia libertà. Non esagero: Carosone è il pilastro su cui poggia la mia visione dell’arte, un’idea di musica che non deve per forza farsi seria per essere seria, ma che anzi trova nella frivolezza colta e nel divertimento la sua espressione più alta.

C’è un episodio, un frammento di vita che porto dentro come una cicatrice sacra. Era l’agosto del 1999, l’estate che chiudeva un millennio. Nel porto di Gallipoli, l’aria era densa di sale e di attesa. Sul palco stava per salire lui: il Mito.

Ero già un suo ammiratore. Forse per quella maledizione pianistica che ci accomunava, o forse per quel sangue napoletano che mi scorre nelle vene da parte di madre e che mi faceva sentire la sua musica non come un ascolto, ma come un richiamo ancestrale.

Mi presentai con due ore di anticipo, un’ombra affamata di note. Riuscii a intrufolarmi in platea, solo, davanti al palco vuoto, assistendo a ogni singolo istante del soundcheck.

Suonavo già tutto il suo repertorio e, lo confesso con un brivido di vergogna, in quel momento ero posseduto da un’ambizione feroce: speravo quasi in un suo piccolo malore, un cedimento improvviso, solo per avere il pretesto di saltare su quel palco e gridare che io sapevo le sue note a memoria.

Fu un concerto devastante. Carosone era anziano, ma sprizzava un’energia che avrebbe dato la scossa a un intero reggimento. Alla fine, madido di sudore e di emozione, mi incollai sotto il bordo del palco. Volevo solo sfiorargli la mano, toccare il genio.

Ma successe l’incredibile. Il Maestro, forse perché mi aveva visto lì dal pomeriggio, o forse impietosito dalla sagoma di quel ragazzo capellone e riccioluto che lo fissava come un messia, si fermò. Mi guardò. E mi regalò le sue palline da tennis, quelle che usava per il suo celebre brano “Pallation”.

Fu uno dei suoi ultimi concerti; Carosone se ne sarebbe andato nel 2001. Quelle palline non sono oggetti ma un talismano che mi ricorda ogni giorno che la musica deve sorridere, deve ballare, deve essere viva.

Grazie, Maestro. Per aver dimostrato al mondo che si può essere giganti anche giocando.

Una Follia a Trenta Metri d’Altezza

Ci sono segreti che custodisco tra i tasti, episodi così surreali che sembrano partoriti da un sogno febbrile. Uno di questi risale al 2001, quando la vita, con un colpo di teatro degno di un romanzo, mi scaraventò in un mondo parallelo: mi ritrovai, quasi per errore, a sostituire il pianista dell’orchestra stabile ungherese del Circo Orfei.

Non era un ingaggio qualunque. Era un’immersione totale in un’atmosfera felliniana, fatta di sudore, segatura e un linguaggio che non passava per le parole. Immaginate la scena: poche ore di preavviso e una banda di musicisti magiari che non masticavano una sola sillaba di italiano o inglese.

Il Palco del Delirio

Ma il vero brivido non era la lingua. Il “palco” era un’allucinazione ingegneristica: una piattaforma di tralicci in alluminio sospesa a trenta metri d’altezza. Niente scale, niente sicurezze. Ci si arrampicava come scimmie, con il cuore in gola e le dita già pronte a correre.

Eppure, il dettaglio più folle non era l’altezza. Ai piedi di quei tralicci, a fare da “ancore” viventi, c’erano due ippopotami e un elefante.

Ogni volta che quelle bestie colossali accennavano un movimento, un sospiro o un passo, l’intera struttura oscillava violentemente. Io ero lassù, sospeso nel vuoto, a sentire la terra tremare sotto il peso di giganti millenari, mentre l’adrenalina mi bruciava nelle vene.

Il brano che squarciava il silenzio e dava inizio allo spettacolo era lui: Tiger Rag.

Ogni nota di quel pezzo è legata per sempre alla sensazione del vuoto sotto i piedi, al ruggito degli ottoni ungheresi e al dondolio ritmico di quegli animali maestosi. Era una giostra impazzita di suoni e vibrazioni viscerali.

Oggi, a distanza di vent’anni, ho voluto riprendere quel caos e domarlo. Ho spogliato Tiger Rag della sua veste orchestrale per trascinarlo nel mio mondo, cucendogli addosso una versione rigorosamente Ragtime.

BUBU RAG (Marcello D’Ippolito)
FINGER BUSTER (J.R.Morton)
TIGER RAG (Original Dixieland Jazz Band)
OBLABLE (Marcello D’Ippolito)
PIANOFORTISSIMO (R.Carosone)
RAGTIME THE SMILE

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